Filosofia ed altri prodotti della terra di Enrico Andreoli

Foto di Alfred Eisenstaedt, Bambini allo spettacolo di marionette San Giorgio e il Drago, Giardini delle Tullieries, Parigi, 1963

Un Divino senza Dio

Un Divino che ha smesso di essere Dio: questo ci consegna il Destino della Necessità, il poderoso edificio teorico che Severino ha strutturato a partire dalla risoluzione dell’Aporetica del Nulla e che tutti ormai conoscono nella sua formula essenziale e incontrovertibile: l’eternità di ogni cosa.                                                                                                                                                                                            Intrecciando i saperi della Tradizione Ebraica con quelli di Oriente e di Atene si guadagna la prossimità a un Divino protetto dalla sua tenebra, da dove, privo di ogni intenzione, ci guarda e rivela il proprio significato a mano a mano che noi risaliamo per implicazioni precedenti la sua storia: se perfetto deve essere allora prima totale, se totale allora prima anche imperfetto, se imperfetto allora prima vivente, se vivente allora qual è il suo primo Nome?

Preambolo

Al liceo durante le lezioni di filosofia del prof. Mario Themelly anche le mosche si fermavano ad ascoltare. La chiarezza del suo eloquio era l’aurora razionale della nostra vita; ascoltandolo nessuno poteva sottrarsi alla convinzione che solo la filosofia ci avrebbe consentito di attraversare con dignità la vita che al limitar della nostra gioventù saliva.

Vari compagni di classe si sono poi iscritti a Filosofia; per me è stata il centro di gravità permanente, quella presenza che tiene sempre teso l’arco della promessa che la vita abbia un senso; non fosse altro che quello di cercare le ragioni per cui vale la pena – in senso letterale – di sentire, vedere, pensare, immaginare.

In due parole:

si può credere in Dio,

si può credere che Dio non esista,

si può facilmente dimostrare come sia una domanda incapace di porsi

oppure

si può leggere questo libro e giungere ad una quarta posizione che nega tutte le precedenti e, visto che c'è, anche la propria...dipende un po' dalle condizioni atmosferiche. 

Indice commentato

Un inizio senza introduzione     

Si legge qui accanto

Il racconto di un drone                                      

Vista generale

Senza volerlo                                                     

Si invoca un Dio senza intenzione alcuna

Una scala di sette gradini                                 

Salire all’universale e scendere dall’altra parte

Per qualche ragione profonda                        

Cos’è sto casino?

Il Trascendente in bicicletta                             

L’esercizio fisico fa sempre bene a tutti

La relazione                                                       

Essenza astratta di ogni cosa

Eccedenza d’essere                                          

Tra universale e particolare

Stare al proprio sé                                           

Senza tante seccature

Non è a Sé che si può credere                         

Di principio non si può 'credere' ad un principio

Non ha motivo                                                   

Stringere il Divino alla Sua stessa logica

Su una gamba sola                                           

Meglio non fare domande               

Comunque essere                                             

Ma in che consiste il compito dell’Uomo?

Appetito del mortale                                         

Nessun pasto è gratis

Abramo alzò gli occhi verso il remoto            

C’è luogo e luogo

Misticismo ebraico e ontologia                       

L’illuminante storia di Luce senza Confini

Sé: punto di fuga di Ontologia e Teologia       

Si cerca il colpevole del suicidio di Uno in Molti

Filosofia e appetito per il Sacro                       

Dove si cela il Trascendente?

Vitamine per il Destino                                     

Identità e opposizione in principio

Il sublime del pensiero                                     

Esibizionismo e bellezza

Accennare alla gioia                                          

Che dramma se la vita avesse un senso  esplicito

Un luogo oscuro                                                

L’enigmatica storia di una madre scacciata

Una presenza quantomeno imbarazzante     

Beccato con le mani nella marmellata

Il matrimonio mistico di Destino e Prassi       

Nella radura dove si  apre il Sentiero del Giorno

La ritrosia come rigore                                     

Fatto tutto se ne lavò le mani

Le parole si tacciono                                         

Parla lo spettacolo del Cosmo

La solitudine del vero                                       

La verità: una signorina petulante e sterile

L’amore cinicamente                                        

Amami e trasformami

Si compie danzando la gloria di Sé                 

Tra Dio e il Mondo: la danza

La bellezza di Uno                                             

Plotino, sempre Plotino

L’Universo in un breve cenno                          

Che così non dovete far tante domande

Divertimento al trivio                                        

Indizi convergenti sul ‘suicidio’ di Uno in Molti

La Tenebra è divina                                           

La funzione protettiva dell’Insondabile

La posizione di Atman e Brahman

Posizione la prendono tutti

Nascosto nel profondo non è cio'

Essenza della trasformazione definitiva

Commento

Roberto Fiaschi, studioso di Severino

Commenti dei primi lettori

Shakty e Siva, potenza e sapere, in un loro recente apparire

Caro Signor Andreoli,

la professoressa Cusano mi ha fatto avere la sua lettera e il suo scritto. Credo di capire i problemi nei quali lei vive e sui quali lei riflette intensamente e con intelligenza. Ricambio i sentimenti con i quali lei mi scrive e le auguro le cose migliori.

Prof. Emanuele Severino

Caro dott. Andreoli,

ho ricevuto il suo bel libro:

mi sembra abbia fatto proprio un bel lavoro!

 

Prof.ssa Nicoletta Cusano

Università Vita-Salute San Raffaele di Milano.

Responsabile del Centro di Ricerca di Filosofia, istituito dall’Ente UPAD di Bolzano

Dirige la rivista di filosofia teoretica La Filosofia Futura (Mimesis). 

Caro Enrico,

ho finito adesso di leggere. Ti trovo brillantissimo. Piacevole. Affronti tutti i temi teoretici più importanti è dai soluzioni o proponi spunti decisamente avvincenti.

Prof. Francesco Gaburri,                                                        liceo Piero della Francesca, San Sepolcro, AR

Ma quanto bello è questo libro!

Libro di varie profondità, spaziando dalla filosofia di Emanuele Severino alla Mistica nelle sue diverse declinazioni (cabbalistica, buddhista, etc.), triangolando “tra i saperi di Atene, Gerusalemme ed Oriente”.

Umorismo ed intelligente ironia accompagnano tutto il percorso del libro, il quale è dotato dell’abilità nel coniugare argomenti difficili con la delicata leggerezza di un piacere che di pagina in pagina non viene mai meno.

Roberto Fiaschi

Babelico e acrobatico.

Funambolo o ponte tibetano.

Squarci e ansie d'Assoluto nell'epoca del trans-globalismo tecnocratico: un denso magma di ardite interpretazioni e poltiglie di concetti attinti dalle più svariate sapienze della terra, tra le ferree smorfie della logica.

Lògos mantrico.

Visioni salvifiche commiste a interferenze ontologico-metafisiche. Un tenue riflesso del bagliore nascosto della verità dell'essere e il crescente caleidoscopio di figure spirituali, apolidi e metamorfiche, dell'isolamento nichilistico.

Egon Key,

Caro Enrico, ho finito il tuo densissimo libro.

Intanto complimenti per l’immane quantità di significazioni costrette ad un processo di fusione atomica concettuale, in uno spazio ristrettissimo, dove si annullano le coordinate di pensiero temporale e lineare, come fosse uno spazio di Planck del Pensiero.

Ci vuole tanto lavorio esistenziale e filosofico per poter dire in forma così concentrata tutto ciò che tu riesci a comunicare al lettore. Anche lo stile della tua scrittura percorre una strada nuova, almeno in ambito filosofico genuino, di far saltare le catene dei significanti e lasciare il candelotto delle contraddizioni nella mano, nella coscienza, del lettore.

Alessandro Rossi

Presentazione

Gli eventi di filosofia riempiono le piazze e i teatri italiani da almeno quarant’anni. YouTube registra decine di migliaia di visualizzazioni dei video filosofici. C’è evidentemente la domanda pressante, fin quasi alla angoscia, attorno al ‘senso della vita’; quel senso che il consumo compulsivo del superfluo non raggiunge.

Ciò che muove la riflessione dell’autore è la sensazione che ci sia qualcosa di folle alla radice del nostro modo di vivere, un pericoloso vuoto di senso che ha occupato lo spazio liberato dalle tramontate ideologie e dalla scomparsa del sacro, spento ogni appetito per il divino.

In questo vuoto giunge il Covid19 a dimostrare che la Terra forma con i Mortali un unico e complesso organismo vivente che abbisogna urgentemente della ricostruzione degli equilibri ambientali e sociali. Ricostruzione possibile solo con un doppio cambio di paradigma: dall’ “io” al “noi”, dall’ “utilizzo” alla “fruizione”: solo così potrà persistere nella Terra il suo futuro.

Il filosofo da cui muove la riflessione dell’autore è Severino. La testimonianza del De-stino viene intrecciata con quella di Giorgio Colli, con la filosofia chassidica e con alcuni filamenti del sapere di Oriente tessuti da Ananda Coomaraswany.

Come noto, quando domandiamo a Severino “che fare” nell’innominabile attuale, riceviamo una risposta disarmante: “… i miei scritti, ormai, non si rivolgono più all’«uomo», non gli prescrivono un compito, non gli assegnano una meta, non gli dicono che cosa debba fare, non gli suggeriscono una norma di vita o un ideale, non sono uno strumento teorico per guidare e illuminare la prassi.”

La ricerca condotta in “Un Divino senza Dio” vuole oltrepassare questa impasse e rintracciare una linea di condotta interrogando le sapienze di Atene, Gerusalemme ed Oriente. In questa triangolazione l’autore sviluppa un movimento che necessariamente scende verso l’essenza del sacro per giungere, per alludere, a un Divino dal cuore sereno che, separato dal Dio creatore e giudice, è privo di ogni intenzione.

Ripartendo da Severino, ovvero dalla inconfutabile eternità di ogni cosa, l’autore osserva che questo Divino, perfettamente in Sé, non affida alcun significato al Cosmo ed è del tutto indifferente alla querelle tra essenza ed esistenza.

 

L’autore mostra come l’eternità, che tutto racchiude, consegni irreparabilmente la Terra ai Mortali, cosicché il suo destino dipende solo dalla dignità che questi sapranno esprimere nel gesto di riconsegnare, dopo averla fruita, la Terra ai loro discendenti.

Il testo procede per scintille, particelle di luce che non abbagliano nell’istante in cui illuminano le strutture di significati sullo sfondo.

 

Un testo dunque allusivo che non tenta la costruzione di un sistema, non si chiude in un edificio teorico: sono piuttosto nessi fluttuanti tra tradizioni distanti, come un intreccio di ponti tibetani.

Ridotto alla sua essenza, il testo non è altro che una correzione di Heidegger: “soltanto un Divino senza Dio può salvarci.”

Ingresso
 

J.D.Barrow insegna che "Per qualche ragione profonda sembra che la Natura abbia una smodata attrazione verso una contenuta devianza dal rispetto delle leggi, verso simmetrie che sono quasi, ma non del tutto perfette."


Per arginare il caos che più volte ha fatto irruzione nella mia vita sono andato a curiosare – il curioso è colui che persiste in cura - perché mai le ‘cose’ fossero quasi sempre non del tutto perfette. Così andando sono giunto in una radura aperta tra i saperi di Oriente, di Atene e Gerusalemme. Al suo centro insiste il punto fuga che tiene in ‘uno’ la prospettiva di ogni cosa con quella del Divino: il dio degli Dei. 

 

Vi invito così alla lettura di un percorso mistico che non ha nulla di religioso ma possiede un finale in qualche modo sorprendente, spinoso.  Se siete giunti fin qui non potete non leggere qui di seguito l’introduzione (che non c'è, come l'isola).

Un inizio senza introduzione

Più di trent’anni fa ho incontrato il maestro Haim Baharier all’Inizio, ma non a un inizio qualsiasi ma proprio all’Inizio di Tutto. La lezione - era la prima a cui assistevo - verteva infatti sull’Inizio della Bibbia che è l’unico inizio che si scrive con la “i” maiuscola perché la Bibbia è l’Inizio di Tutto.

L’Inizio di Tutto è marcato da un segno formato da una doppia Aleph: la prima maiuscola e la seconda minuscola, a significare: “qui c'è il primo versetto del primo capitolo.” Interessante che questo primo significato sia dal minuscolo al maiuscolo, dal particolare all'universale, da Atman a Brahman: il primo gesto significante è la "risalita" da Molti a Uno.

Tutto inizia dunque dal significato prodotto dalla relazione tra Aleph ed aleph. La relazione che la prima lettera dell'alfabeto intrattiene con l'apparire di se stessa in differente misura: grande e piccola.

Insomma la relazione dell'Inizio e dunque anche l’inizio di ogni relazione – che di ciò consiste il Creato - è marcato dalla misura. Se sbagliamo la misura del primo gesto verso l’altro difficilmente potremo coltivare con questi una relazione duratura, germinante significati.

La regola del gioco aperto dalla Bibbia – il Libro è la voce che porta la parola del Creato e mostra l'interiorità di Dio, così in quella lezione insegnava il Maestro Haim Baharier - è che ogni maiuscolo ha il proprio minuscolo e dunque ogni lettura e ascolto saranno, da qui in poi, tesi a riconoscere, nel senso della lettura, ad ogni maiuscolo il proprio minuscolo. Lo indica anche la sapienza greca che ritorna ai nostri giorni nelle parole di Giorgio Colli: "l'espressione di un particolare è un universale".

Insomma la relazione, rappresentata dal segno formato dalle due Aleph, indica un significato al suo l’inizio, un significato ‘in via di formazione’, e marca con la propria essenza, il processo infinito in cui Dio esplicita la propria interiorità nel significare.

                                                               -.-.-.-

E’ noto che tra gli universali si trova la Prudenza con cui è opportuno affidarci ai Maestri. Quindi per non sbagliare ho sostituito alla “i” di interiorità con la “a” di anteriorità e in questo modo sono andato avanti a pensare la relazione nei successivi trenta e passa anni: la relazione come chiave di accesso al ‘prima’, all’anteriorità.

 

Pensare il ‘prima’ è un gesto comune: lo facciamo un po’ tutti con i mezzi a nostra disposizione: si tratta della nota domanda metafisica essenziale ovvero quella che chiede  cosa c’è ‘prima’ del duetto essere/nulla ? - ed è, nientemeno!, la domanda che tiene insieme il testo che state per leggere e dove assisterete alla necessaria trasformazione della ‘a’ in ‘i’ perché, come scopriremo, nell’anteriorità si cela l’interiorità.

Quando il testo mi è sembrato maturo ho chiesto al Maestro Baharier se volesse scrivere qualcosa da porre ‘prima’ a mò di introduzione. Allora mi raccontò che agli inizi '800, una domanda simile fu posta da un allievo al maestro Sìmcha Bùnam, noto anche come Rebbe Reb Bunim, il primo gran rabbino di Peshischa, nonché uno dei leader chiave dell'ebraismo chassidico in Polonia.

“Tutti i grandi libri hanno un’introduzione; come mai la Torah ne è priva?” chiese l’allievo.

“La Torah non ha introduzione perché ‘prima’ c’è soltanto il saper vivere che non è scrivibile.” fu la lapidaria risposta di rabbi Reb Bunin.

“Bisogna intendere - continua il Maestro Baharier – perché allora molti grandi rabbini, profondi maestri fossero così ‘maleducati’ alla vita, tacendo poi quei due o tre i veramente ‘fuori di testa’ ma comunque geniali.”

Ecco; sono tornato a casa ed ho dormito sopra a questa introduzione ‘presente come tolta’ per un paio di notti; digestione lenta post Covid19.

La risposta di rabbi Reb Bunin indica una condizione che non vale per i rabbini perché, evidentemente, il quotidiano e stretto contatto col Divino manda ‘fuori di testa’ chiunque; la condizione è quella per cui puoi cominciare a leggere, a studiare, a commentare la Bibbia solo se hai ben vissuto, solo se possiedi il know-how del vivere; se sei risolto, come si dice oggi.

Questo, sottilmente e ovviamente, non vuol dire che sia una lettura illegale quella in cui si proietta il proprio vissuto, quella che contiene ed esprime la nostra storia ma piuttosto significa che la Bibbia non è un farmaco; questo è ciò che vuol dire il rabbi Reb Bunin.

Così, per analogia, l’inizio senza introduzione del mio testo dovrebbe indicare il mio buon stato di salute. Il buon stato di salute necessario per partorire un testo che stia in piedi da solo.

L'autore

fa il contadino pertanto le condizioni atmosferiche incidono sul suo umore e su quello che scrive.

Babyboomer nato a Padova. Ha studiato al liceo scientifico Castelnuovo di Roma. Ha vissuto in Egitto, Brasile e Perù

Prima di iniziare l’università a Milano (Bocconi) ha vissuto qualche mese in un villaggio nei pressi di Pucallapa – Amazzonia Peruana per curare col brujo Artemio Cruz una fastidiosa forma di epilessia.

Da circa quaranta anni studia col maestro Haim Baharier di Milano. Da dieci vive in campagna nelle colline di Reggio Emilia.

Comunque i dati relativi alla sua presenza empirica nel palcoscenico sono del tutto irrilevanti.

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Non hai tempo?

Salta subito alla conclusione

Nascosto nel profondo non è “ciò”

 

La visione senza timori di ciò che si trova sopra di noi è il dovere della modificazione dello spirito, affinché compia la sua trasformazione definitiva.1

 

Premesso che ‘sopra’ è il nome volgare di ‘dentro’, non possiamo non notare che anche un grande sapiente come Matgioi non riesce a evitare di utilizzare la parola ”ciò”.

 

Non si tratta soltanto di una regola linguistica, di una ‘forca caudina’ del dominio della lingua, ma è anche un’autentica incomprensione; e non potrebbe essere altrimenti visto che “siamo parlati dal linguaggio” e nessuno vuole salpare verso l’ignoto, verso l’indeterminato dove tutto non è più ‘parlato’.

 

Come Matgioi nessuno sembra comprendere che l’unica “modificazione dello spirito” che riesca a compiersi in una “trasformazione definitiva” è l’ingresso – alla Wanda Osiris - nell’Indeterminato ovvero in quel domino dove la parola “ciò” ha perso ogni significato.

 

E’ questo “ciò” che “sta nascosto nel profondo” di Giorgio Colli 2, è questo “ciò” di cui la Ragione non riesce a ‘dar ragione’ perché la radice della Necessità è alogon. Come noto Heidegger parla di ‘differenza ontologica’: ma qui non si allude all’Essere che si celerebbe nell’ente manifesto ma si fa segno alla condizione che rende possibile il celarsi stesso.

 

L’Indeterminato – che raccoglie nella storia del Mortale molti nomi, aromi e nuances di colore – non assume l’indeterminabilità come propria matrice, come proprio universale: si andrebbe all’infinito nell’anteriorità senza ma giungere alla interiorità. Non è strada da intraprendere!

 

Mentre la tavolinità del tavolo riassume tutte le caratteristiche del tavolo, la indeterminabilità dell’indeterminato non contiene alcuna caratteristica determinata, contiene un bel ni-ente se non il significato di essere incontenibile e incapace di contenere: una sorta di ‘positivo significato’ dell’indeterminato!

 

L’Indeterminato non è un “ciò che” nebuloso come un'immagine fuori fuoco: la situazione è molto più drastica! Mentre lo ‘sconosciuto’ è suscettibile di essere conosciuto, l’Indeterminato è già da sempre indeterminabile.

 

L’indeterminato non si attarda a coltivare la relazione oppositiva tra essere e nullità del nulla perché la relazione non riesce ad istituirsi al suo interno. Nel profondo, in cui sta nascosto il “ciò”, anche il Tempo stesso perde di significato, secondo la lezione della Fisica Quantistica ben divulgata da Carlo Rovelli.

 

Tra l’altro questa perdita di significato conferma che il Tempo è nell’Essere e non il contrario aristotelico.

 

L’Indeterminato non fa alcuna esperienza della relazione e pertanto nel suo dominio, nella sua ‘patria’, la Relazione stessa non è concepibile: mancano i relati che la rendono deducibile, gli oggetti che costituiscono la relazione.

 

Un altro dei nomi dell’Indeterminato, un nome in qualche modo più maturo, è quello di ‘Non Posizionabile’. E’ solo dopo aver inteso il significato di ‘posizione’ che possiamo essere introdotti al Vuoto: il retrobottega dello ‘sfondo’ severiniano. Un ‘luogo’ a cui si giunge seguendo il percorso aperto dalla indicazione di Severino: “La posizione dell’essere è la stessa posizione della nullità del nulla.”3

 

La loro comune ‘posizionabilità’ fa venire subito in mente la scacchiera dove, appunto, vengono posizionate le pedine, in questo caso essere e nullità del nulla.

 

Certo qui le pedine in gioco sono soltanto due, ma intanto, insieme a loro, ha comunque fatto ingresso la ‘giocabilità’ che è la ousia della scacchiera. La scacchiera è circondata dal Vuoto; possiamo allora ‘vedere’ che all’interno del Vuoto è presente la possibilità del gioco: all’interno ma non ‘nel’ Vuoto, il circondante par excellence.

 

Il Vuoto che avvolge la possibilità del gioco posizionale è il nome che l’Increato assume quando prende coscienza di essere autocosciente.

Dal punto di vista del Destino si solleva a questo punto l’obiezione ‘delle due l’una’: se la Totalità è totalità allora l’Increato e il Vuoto sono dei significati che, anche se mai appariranno, appartengono comunque alla Totalità in quanto significati.

 

Ma, pare a noi legittimo insistere: l’Increato e il Vuoto non sono il Nulla, il niente e tanto meno la nullità del Nulla: non possiedono la tensione propria del significato.

 

In altre parole l’obiezione appare legittima solo al prezzo di non concepire la possibilità di ‘scendere’ dalla scacchiera, di evadere dalla dualità per andare nella profondità di Uno a rintracciare il nascosto alla determinazione che non può essere che la giocabilità stessa. Proprio perché i giochi sono sempre aperti, la giocabilità è l'universale essenza dell'indeterminato.

La possibilità di ‘giocare’ sul piano della scacchiera, dove sono posizionati essere e nullità del nulla, è la condizione necessaria e sufficiente a ‘tenere in piedi’ il principio del ; il principio su cui si incarna e si incardina il Destino della verità dell’essere: l’esser sé dell’essente. Principio che tiene in uno la Totalità.

 

Concludendo: il , principio di identità e opposizione - duale anch’esso, sia notato en passant - sta a fondamento della Totalità degli essenti; Totalità che viene talvolta erroneamente – ma naufragar mi è dolce in questo mare - identificata con Dio.

 

Ma a questo punto, che bisogno c’è di usare le parole?

 

1) Matgioi, al secolo Georges-Albert Puyou, conte di Pouvourville,            La via metafisica, Luni editrice, 2013.

2) Giorgio Colli, La nascita della filosofia, Adelphi, 1975,                            Il “pathos”del Nascosto, pp.59-70

3) Emanuele Severino, La struttura originaria, (1958) Adelphi,                  1981p.209