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Recensioni, commenti, emocìones !

Alessandro Rossi, 25 Novembre 2020

 

Caro Enrico,

 

ho finito il tuo densissimo libro.

Intanto complimenti per l’immane quantità di significazioni costrette ad un processe di fusione atomica concettuale, in uno spazio ristrettissimo, dove si annullano le coordinate di pensiero temporale e lineare, come fosse uno spazio di Planck del Pensiero.

Ci vuole tanto lavorio esistenziale e filosofico per poter dire in forma così concentrata tutto ciò che tu riesci a comunicare al lettore. Anche lo stile della tua scrittura percorre una strada nuova, almeno in ambito filosofico genuino, di far saltare le catene dei significanti e lasciare il candelotto delle contraddizioni nella mano, nella coscienza, del lettore.

Io non posso vantare un retroterra di riferimenti filosofici duri (meno che mai l’amato Severino), né uno cabalistico, per permettermi il lusso di articolare una risposta sensata sul nucleo di ciò che insistentemente ti adoperi di far vedere nelle ombre maestose delle tradizioni di cui ti avvali per lasciar cogliere lo scarto su cui il tuo originale sguardo si è posato distinguendosi da loro accogliendoli in un superamento.

Ho forse più dimestichezza col pensiero orientale indiano, (cinese e giapponese di rincalzo) e con la pratica di alcuni di questi saperi su cui tu sembri voler cogliere ciò che più ti aiuta a far rilevare il nocciolo del tuo sguardo.

Non sono tanto sicuro di aver capito fino in fondo la “tesi-non tesi” del tuo excursus, o forse ne ho colto delle allusioni e non sono in grado di tradurle in un materiale duro, cui poggiarmi per procedere.

Se da un lato provo enorme fascino per la tua capacità di usare il linguaggio in modo ironico, cinico, dissacrante, diagonale, e subito dopo averlo fatto riuscire ad asserire con molta serietà epistemologica l’estratto profondo di quella amabile beffa di cui ti sei fatto delle ingessature mentali dei pensieri costitutivi nell’Umano, dall’altra ne sono contemporaneamente respinto perché mi impedisce di fissare i gradini su cui dovrò posizionare il piede per salire la tua scala.

La mia suscettibilità alle locuzioni argutissime dei genii talmudici, appresa come loro estimatore esterrefatto prima e storcendo il naso poi sulla falsa riga di Kafka, ammirato e diffidente in un unico gesto, mi affatica anche quando scorgo dietro quelle capriole geniali un dito che indica la luna.

Ma la stanchezza di rigirare venti volte la stessa frase per dedurne mondi opposti compatibili a seconda dell’esegeta di turno, prevale sulla voglia di inerpicarmi sulle loro liane esoteriche. Sulla metafisica indiana, nome improprio ma convenzionalmente accettabile, la mia esperienza diretta mi indica luoghi distanti dalla mitopoiesi, cui spesso fai riferimento, essendo quello il linguaggio braminico e popolare politeista per regolare la vita civile e religiosa ma che nulla a che spartire con la scienza dell’illuminazione della coscienza, con lo Jnana Yoga.

Dove le distinzioni tra Atman e Brahman valgono solo come stampelle per la mente, prima di realizzare la verità in sé, non di conoscerla e dimostrarla logicamente. Semmai una volta dimostrata a sé stessi come esperienza incontrovertibile, offrirla in traduzione a chi ancora non ha realizzato quella Verità.

E’ un sussidio, un promemoria per lo scalatore, non è un mezzo che in sé si esaurisce. Mi pare che questo aspetto sia tralasciato del tutto dalla tua trattazione.

Rispetto a Severino resto muto, sono lungi dal poter solo accennare al discorso sul De-stino. Infatti vi sono arrivato per una via che lo stesso avrebbe ripudiato a monte, cioè intuitiva e per così dire ‘spirituale’, un controsenso stando alla lettera del suo testimoniare.

E mi affanno a capire come mai certe epifanie interiori trovino solo nelle sue parole la corrispondenza piena, più ancora che negli amati sistemi mistici ed sciamanici e più ancora che nello stesso Vedanta, che io trovo la summa sapienziale assoluta (prima di Severino) e che ciò nonostante sarebbe, se ho ben capito, per il Nostro la quintessenza del nichilismo e della follia, abolendo quell’essere contrasto dell’Umano, quel suo inaccessibile passo verso la Liberazione dato che non c’è nemmeno nessuna illusione di cui liberarsi, stando essa illusione conficcata nella follia inemendabile per costituzione.

Dette a casaccio queste prime impressioni sono sbalordito dalla tua verve filosofica e ritengo che stai aprendo una pista, assieme ad altri pochi, che necessita di essere percorsa a prescindere da dove conduca. Sono certe che i tuoi segnali indicatori mostreranno la strada ad “io” che cercano forsennatamente di percorrere un cammino di cui con la tua torcia precisa e paradossale illumini qualche tappa, dietro le spalle e davanti a sé ancora da intravedere.

Per questo motivo ti ringrazio di averlo pensato e poi di averlo scritto. La mia fatica sommata al mio stupore di leggerlo ha fruttato una messe copiosa di doni, per ora disorganizzati, ma che sono certo continueranno a dare frutti inaspettati col tempo.

Grazie.

Alessandro.